Shishu Bhavan, la Casa del Bambino Abbandonato, è da molti considerato come l'esempio più eloquente di quel forte senso di concretezza, unito a una profonda sensibilità squisitamente femminile, di cui la piccola grande suora albanese era ampiamente dotata.
I piccoli sono sistemati in camere
ampie e ben ventilate, spesso due in un solo lettino, e il loro è un allegro
cinguettio di passerotti, talvolta interrotto o sopraffatto da strilli di
protesta e pianti. Sono i bambini che Madre Teresa, e le sue suore dopo di lei,
hanno strappato all'aborto. Ogni giorno arrivano coppie di sposi che intendono
adottarli: vengono dall'India, ma anche dall'Europa, dagli Stati Uniti,
dall'Australia.
Soltanto in Italia, nel 2000 erano già milleseicento bambini, in maggioranza
indiani, adottati da famiglie del nostro Paese. Madre Teresa, con le sue
Missionarie, combatteva ogni giorno l'aborto con "l'arma" delle adozioni. E nel
fare ciò si era attirata parecchie inimicizie in molti ambiti del cosiddetto "mondo
civilizzato", per il quale l'aborto, ormai legalizzato, è da considerarsi una "conquista"
civile e sociale, in nome di un malinteso senso della libertà e
dell'emancipazione: si dice infatti che spetta alla donna decidere se continuare
una gravidanza o sopprimere il feto che porta nel suo grembo.
Ci
domandiamo: Quale conquista o emancipazione potrà mai rappresentare l'assassinio
di un essere umano?
Si obietterà: Ma il feto, l'embrione non è ancora un essere umano. Ed è qui che
si annida l'impostura. Madre Teresa affermava: "Io sono sicura che chiunque, nel
profondo, riconosce che il bambino nel ventre della madre è un essere umano dal
momento del concepimento, creato a immagine di Dio per amare ed essere amato".
(tratto da "Madre Teresa. Lo splendore della carità." Maria Di Lorenzo, Edizioni Paoline)